C'è una domanda, per chi conosce la storia del cristianesimo, che nessuno fa mai ad alta voce.
Se Paolo di Tarso non avesse mai avuto quella visione sulla via di Damasco, il cristianesimo esisterebbe oggi? Con i suoi dogmi, la sua teologia, la sua struttura? Con la Trinità, il peccato originale, la redenzione attraverso il sangue di Cristo?
La risposta onesta è no. E le prove sono nel Nuovo Testamento stesso.
L'Uomo che Non Conobbe Gesù
Paolo di Tarso nasce probabilmente intorno al 5 d.C. nella città di Tarso, nell'attuale Turchia. È un ebreo osservante, fariseo, cittadino romano. Non ha nulla a che fare con Gesù durante la sua vita pubblica. Non lo incontra. Non lo ascolta. Non assiste a nessuno dei miracoli descritti nei Vangeli.
Anzi, perseguita attivamente i seguaci di Gesù. Approva la lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano. Chiede le autorizzazioni per arrestare i cristiani di Damasco e riportarli a Gerusalemme.
Poi, sulla via di Damasco, ha una visione. Una luce abbagliante. Una voce. Cade a terra. Rimane cieco per tre giorni. E quando riacquista la vista è un altro uomo.
Da quel momento in poi Paolo diventerà l'architetto intellettuale del cristianesimo.
Ma c'è un dettaglio che cambia tutto, e che raramente viene sottolineato con la chiarezza che merita.
Le lettere di Paolo sono datate dagli storici tra il 50 e il 60 d.C. Il Vangelo di Marco, considerato il più antico dei quattro Vangeli canonici, fu scritto intorno al 70 d.C. I Vangeli di Matteo e Luca tra il 80 e il 90 d.C. Il Vangelo di Giovanni alla fine del I secolo.
Paolo scrisse il Nuovo Testamento prima che esistessero i Vangeli. Definì la teologia cristiana senza avere accesso alle storie di Gesù nella forma in cui le conosciamo. Costruì un edificio dottrinale su una visione personale, senza i testi che quella visione avrebbe dovuto confermare.
Tredici delle ventisette lettere del Nuovo Testamento portano il suo nome. Anche se gli studiosi ritengono che solo sette siano autenticamente paoline, rimangono il corpus teologico più influente del Nuovo Testamento.
Aprire i Vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca, e cercare i grandi dogmi del cristianesimo è un esercizio illuminante. La maggior parte non c'è.
La divinità esplicita di Cristo, nel senso della seconda persona della Trinità, non è nei sinottici. Gesù si riferisce spesso a sé stesso come Figlio dell'Uomo, un titolo umano. Si rivolge a Dio come Padre, ma non si identifica con Dio in modo diretto.
Il concetto di peccato originale come macchia ereditaria trasmessa da Adamo a tutta l'umanità non compare nei Vangeli. Compare in Paolo, nella lettera ai Romani, capitolo 5.
La redenzione attraverso il sacrificio di sangue di Cristo, l'idea che la morte di Gesù serva a pagare il debito cosmico del peccato umano, è una costruzione teologica paolina.
Nei Vangeli Gesù parla del regno di Dio, della misericordia, del perdono, dell'amore per il prossimo. Non parla di sé stesso come sacrificio espiatorio nei termini in cui Paolo lo elabora.
La fede come sostituto della legge ebraica, il cuore della teologia paolina, è in aperta contraddizione con Matteo 5:17, dove Gesù dice esplicitamente che non è venuto ad abolire la legge ma a compierla.
C'è un episodio nel Nuovo Testamento che viene raramente discusso nelle omelie domenicali, ma che è di una chiarezza devastante.
Nella lettera ai Galati, capitolo 2, Paolo scrive in prima persona che si oppose a Pietro in faccia, pubblicamente, perché lo riteneva in torto. Il motivo del litigio era teologico. Pietro, e con lui altri apostoli che avevano effettivamente conosciuto Gesù, aveva una visione del cristianesimo diversa da quella di Paolo.
Pietro credeva che i cristiani dovessero rispettare le leggi alimentari ebraiche. Paolo no. Pietro credeva che i gentili convertiti dovessero seguire alcune pratiche ebraiche. Paolo no.
Chi aveva più autorità in questa disputa? Pietro, che camminò con Gesù per tre anni, o Paolo, che ebbe una visione sulla via di Damasco?
La storia ha risposto con i fatti. La teologia che si impose fu quella di Paolo. Non quella di chi conobbe Gesù.
Il Gesù di Paolo e il Gesù dei Vangeli
Leggere le lettere di Paolo dopo aver letto i Vangeli produce un effetto straniante.
Il Gesù dei Vangeli insegna. Guarisce. Siede con i peccatori. Racconta parabole. Predica il regno di Dio come realtà imminente, trasformatrice, accessibile ai poveri e agli umili. È un maestro ebreo del I secolo radicato nella tradizione profetica di Israele.
Il Gesù di Paolo è quasi esclusivamente un evento cosmico. La sua vita terrena, i suoi insegnamenti, i suoi miracoli, interessano pochissimo a Paolo. Quello che interessa a Paolo è la sua morte e la sua resurrezione come meccanismo di redenzione universale.
Paolo cita raramente le parole di Gesù. Quando lo fa, spesso non è chiaro se si riferisca a tradizioni orali degli apostoli o alle proprie rivelazioni dirette. Nella prima lettera ai Corinzi scrive esplicitamente che ricevette il Vangelo per rivelazione, non da uomini.
Non da uomini. Non da chi conosceva Gesù. Da una rivelazione personale.
Quello che Paolo costruì non era il completamento dell'insegnamento di Gesù. Era una religione nuova, che usava Gesù come fulcro cosmico ma che si allontanava significativamente da ciò che Gesù predicò.
Gesù era ebreo. Praticava la legge ebraica. Si rivolgeva primariamente al popolo di Israele. Non fondò nessuna chiesa. Non istituì nessuna gerarchia. Non elaborò nessuna teologia della Trinità.
Paolo aprì la religione ai gentili, abolì gli obblighi della legge ebraica, elaborò una cristologia sofisticata, fondò comunità in tutto il Mediterraneo e scrisse le lettere che sarebbero diventate la spina dorsale dottrinale del cristianesimo.
Il risultato è che la religione che conosciamo come cristianesimo è, in misura sostanziale, la religione di Paolo. Non di Gesù.
L'Oriente Rifiutò Paolo
C'è un dettaglio geografico che la storia del cristianesimo tende a trascurare.
Le comunità fondate da Paolo si svilupparono quasi esclusivamente nella parte occidentale dell'impero romano. Corinto, Efeso, Filippi, Roma. Città greche e latine, lontane dalla Palestina, lontane dalla cultura in cui Gesù visse e operò.
Nella parte orientale dell'impero, la Siria, la Giudea, la Galilea, i luoghi dove Gesù camminò, predicò e guarì, la teologia paolina non attecchì mai con la stessa forza.
Le comunità cristiane orientali, quelle più vicine alla memoria diretta di Gesù, mantennero una visione del cristianesimo profondamente radicata nella tradizione ebraica. Una visione che Paolo aveva esplicitamente combattuto.
Non fu solo una questione culturale. Paolo fu espulso da Gerusalemme. Gli Atti degli Apostoli lo raccontano senza troppi dettagli, ma il dato è lì: nella città dove Gesù fu crocifisso e dove risiedevano gli apostoli che lo conobbero, Paolo non era il benvenuto.
Chi conosceva Gesù direttamente non riconobbe la versione che Paolo ne stava costruendo.
Fu l'Occidente romano, quello più lontano dalla fonte, ad accettare quella versione. E fu quella versione a diventare il cristianesimo che conosciamo.
In sintesi
Questa non è un'accusa. È un'osservazione storica che gli studiosi del Nuovo Testamento discutono da secoli.
Paolo fu un genio intellettuale. La sua capacità di sintetizzare tradizione ebraica, filosofia greca e visione mistica in un sistema teologico coerente è straordinaria. Il fatto che abbia costruito questo sistema senza aver mai incontrato Gesù lo rende ancora più impressionante, e ancora più inquietante.
Miliardi di persone seguono oggi una religione i cui dogmi fondamentali furono elaborati da un uomo che non vide mai il volto di Cristo.
La domanda non è se Paolo mentisse o ingannasse. La domanda è più semplice e più scomoda.
Stai seguendo Gesù, o stai seguendo Paolo?
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Fonti primarie — nel testo stesso
Lettere di Paolo: Romani, Galati, 1 Corinzi, 2 Corinzi, Filippesi, 1 Tessalonicesi, Filemone — considerate autentiche dagli studiosi
Galati 2:11 — lo scontro con Pietro
Matteo 5:17 — Gesù sulla legge ebraica
Atti degli Apostoli 7:58, 8:1 — Paolo e la lapidazione di Stefano
Atti 9:1-19 — la visione sulla via di Damasco
Fonti accademiche mainstream
E.P. Sanders, "Paul and Palestinian Judaism" (1977) — testo fondamentale sulla teologia paolina
James D.G. Dunn, "The Theology of Paul the Apostle" (1998)
Bart D. Ehrman, "Misquoting Jesus" e "Paul Was Not a Christian" — divulgativo ma rigoroso
Albert Schweitzer, "The Mysticism of Paul the Apostle" (1930)