C'è una domanda che pochissimi fedeli si pongono, e che gli studiosi di filologia biblica affrontano da secoli senza una risposta definitiva.
Quando leggi l'Antico Testamento, stai leggendo la parola di Dio. O stai leggendo la parola di Dio filtrata attraverso millenni di trasmissione orale, riscrittura, traduzione, aggiunta di vocali inesistenti nell'originale e scelte editoriali fatte da scribi che vivevano mille anni dopo gli eventi descritti?
La risposta, documentata e verificabile, è la seconda. E le implicazioni sono enormi.
Un Testo Senza Vocali
Il punto di partenza è uno dei dettagli più straordinari e meno conosciuti della storia biblica.
L'ebraico antico era una scrittura consonantica. Questo significa che il testo originale dell'Antico Testamento fu scritto usando solo le consonanti. Nessuna vocale. Nessun segno che indicasse come pronunciare le parole.
Per chi non ha familiarità con questo sistema, facciamo un esempio in italiano. Immagina di leggere la frase "VT L PRD" senza vocali. Potrebbe essere "vota al paradiso", "vite e parodi", "vita la prada" o decine di altre combinazioni. Il significato dipende interamente da chi legge e da quale tradizione interpretativa porta con sé.
Lo stesso con YHWH che si può leggere Yahweh o Yehwah. Nessuno dei due è sbagliato, perché non sappiamo in origine quale fosse la pronuncia.
In ebraico la situazione è ancora più complessa, perché le radici consonantiche sono spesso condivise tra parole con significati radicalmente diversi. La radice DVR può essere letta come davar, parola, oppure dever, pestilenza, oppure dover, pascolo. La stessa sequenza di consonanti. Tre significati completamente diversi.
Per secoli, la pronuncia corretta fu trasmessa esclusivamente per via orale. Di padre in figlio. Di maestro in allievo. Di rabbino in studente. Era conoscenza viva, non fissata sulla pergamena, affidata alla memoria e alla tradizione di comunità specifiche.
Tra il VI e il X secolo d.C., quindi oltre mille anni dopo la composizione dei testi più antichi dell'Antico Testamento, un gruppo di scribi ebrei chiamati Masoreti decise di risolvere il problema della trasmissione orale una volta per tutte.
I Masoreti, il cui nome deriva dalla parola ebraica masorah che significa tradizione, svilupparono un sistema sofisticato di segni diacritici chiamati nikkud. Piccoli punti e lineette posizionati sopra, sotto o all'interno delle consonanti per indicare la pronuncia delle vocali.
Presero il testo consonantico antico e lo completarono con queste indicazioni vocali. Il risultato fu il Testo Masoretico, che è ancora oggi la base dell'Antico Testamento nelle Bibbie ebraiche e in quasi tutte le traduzioni cristiane moderne.
Il problema è evidente a chiunque ci pensi seriamente.
Le vocali che i Masoreti aggiunsero non erano vocali originali recuperate da qualche manoscritto antico. Erano la formalizzazione scritta di una tradizione interpretativa specifica, quella della loro comunità, del loro tempo, della loro lettura del testo. Fissarono per iscritto una scelta tra le molte possibili.
Questo significa che il Testo Masoretico non è semplicemente il testo ebraico antico. È il testo ebraico antico più un livello di interpretazione incorporato direttamente nelle parole stesse.
La Settanta: Una Finestra sul Testo Prima dei Masoreti
Se il Testo Masoretico è la versione vocalizzata prodotta nel Medioevo, esiste qualcosa di più antico con cui confrontarla?
Sì. Si chiama Settanta, o Septuaginta, ed è la traduzione greca dell'Antico Testamento prodotta ad Alessandria d'Egitto tra il III e il II secolo a.C. Fu realizzata per le comunità ebraiche della diaspora che non leggevano più l'ebraico ma parlavano greco.
La Settanta è più antica del Testo Masoretico nella forma che conosciamo. E in alcuni punti diverge da esso in modo significativo.
Il caso più clamoroso è il libro di Geremia. La versione greca della Settanta è circa un ottavo più corta della versione ebraica masoretica. Non si tratta di varianti minori. Sono capitoli interi riorganizzati, brani assenti, passaggi che appaiono in ordine diverso.
Gli studiosi si sono divisi per secoli su questo. Una spiegazione è che i traduttori greci lavorarono su un manoscritto ebraico diverso da quello che i Masoreti avevano a disposizione. Un'altra è che il testo ebraico fu espanso nel tempo, e la Settanta conserva una versione più antica e più breve.
In entrambi i casi la conclusione è la stessa: il testo dell'Antico Testamento non era fisso e immutabile. Era un testo in evoluzione, che diverse comunità trasmettevano in versioni diverse.
I Manoscritti del Mar Morto Complicano Tutto
Nel 1947 la scoperta dei manoscritti del Mar Morto nelle grotte di Qumran (vedi articolo in questione) aggiunse un livello ulteriore di complessità.
Tra i rotoli trovati a Qumran c'erano copie di quasi tutti i libri dell'Antico Testamento, databili tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. Mille anni più antiche del Testo Masoretico nella sua forma definitiva.
Il confronto tra i manoscritti di Qumran, la Settanta e il Testo Masoretico ha mostrato che nel periodo del II Tempio circolavano multiple versioni dei testi sacri. Non c'era un originale unico e fisso. C'erano tradizioni testuali diverse, conservate da comunità diverse, che in alcuni casi divergevano significativamente.
Il libro dei Salmi, per esempio, esiste a Qumran in una versione che include salmi non presenti nel canone masoretico e che ordina i salmi canonici in modo diverso. Il Pentateuco samaritano, la versione dei cinque libri di Mosè conservata dalla comunità samaritana , diverge in migliaia di punti dal Testo Masoretico.
La domanda che emerge è inevitabile: se nel periodo più vicino alla composizione originale circolavano versioni diverse dello stesso testo, quale era quella autentica?
A complicare ulteriormente il quadro c'è la questione del canone, cioè la lista dei libri considerati sacri e ispirati.
Il canone ebraico fu fissato dai rabbini nel concilio di Yavneh intorno al 90 d.C. Ma quella riunione non fu la decisione unanime e definitiva che spesso viene presentata. Fu un momento in un processo lungo e non privo di dispute, in cui alcune comunità ebraiche includevano testi che altre escludevano.
La Settanta, usata dalle prime comunità cristiane, includeva libri che il canone ebraico masoretico non include: Tobia, Giuditta, i Maccabei, la Sapienza di Salomone, il Siracide. Sono i libri che la chiesa cattolica chiama deuterocanonici e che i protestanti chiamano apocrifi.
Non furono esclusi perché eretici o falsi. Furono esclusi perché il concilio di Yavneh decise di limitare il canone ai testi scritti in ebraico e aramaico. Una scelta pratica e politica, non una rivelazione divina su quali testi fossero ispirati.
Cosa Significa Tutto Questo
Mettendo insieme tutti questi elementi emerge un quadro molto diverso dalla versione che la tradizione religiosa ha sempre presentato.
L'Antico Testamento non è un testo trasmesso intatto dalla rivelazione divina. È il risultato di un lungo processo umano di composizione, trasmissione orale, copiatura, traduzione, vocalizzazione e selezione canonica. Ogni fase di questo processo ha introdotto varianti, interpretazioni e scelte editoriali che si sono accumulate nel testo che leggiamo oggi.
Questo non significa necessariamente che il testo sia falso o privo di valore. Significa che va letto con consapevolezza del processo che lo ha prodotto. Significa che ogni traduzione è già un'interpretazione. Che ogni vocale aggiunta dai Masoreti è già una scelta. Che ogni libro incluso nel canone è il risultato di una decisione umana presa in un contesto storico specifico.
Quando leggi la parola di Dio nell'Antico Testamento, stai leggendo consonanti scritte da autori anonimi in epoche diverse, vocalizzate mille anni dopo da scribi medievali secondo la loro tradizione interpretativa, tradotte in greco da comunità della diaspora, selezionate in un canone da rabbini riuniti in concilio, poi ritradotte in latino, in italiano, in tutte le lingue del mondo.
Ogni passaggio ha lasciato una traccia. Ogni traduttore ha fatto scelte. Ogni concilio ha incluso qualcosa ed escluso qualcos'altro.
Il testo che tieni in mano è autentico, nel senso che rappresenta fedelmente la tradizione che lo ha trasmesso. Ma quella tradizione non è una linea retta che va dalla rivelazione originale alla pagina che leggi.
È un percorso tortuoso, millenario, fatto di mani umane, di decisioni umane, di errori umani e di intenzioni umane.
E saperlo non indebolisce il testo. Lo rende più onesto.
Se ti è piaciuto questo approfondimento, perché non dai un occhiata a quelli qui sotto?
Fonti principali
Emanuel Tov, "Textual Criticism of the Hebrew Bible" (1992) — il testo di riferimento accademico sulla critica testuale dell'Antico Testamento
Frank Moore Cross, "The Ancient Library of Qumran" (1961)
Geza Vermes, "The Complete Dead Sea Scrolls in English" (1997)
Karen Armstrong, "The Bible: A Biography" (2007)
Bart D. Ehrman, "Misquoting Jesus" (2005) — contiene sezioni rilevanti anche per l'Antico Testamento