Perché l’anno inizia il primo gennaio? È una domanda che quasi nessuno si pone. Lo diamo per scontato, come se fosse una scelta naturale, inevitabile, quasi cosmica. E invece non lo è affatto. L’inizio dell’anno, così come lo conosciamo oggi, è il risultato di una decisione politica precisa, presa in un momento cruciale della storia di Roma, quando il tempo stesso doveva essere riformato, corretto e soprattutto controllato. All’epoca, il calendario romano era diventato inutilizzabile. I mesi non coincidevano più con le stagioni, le feste cadevano nel periodo sbagliato e l’anno poteva essere allungato o accorciato per convenienza politica. Per uno Stato che ormai governava territori enormi, questa confusione rappresentava un problema concreto. Tutto comincia con Giulio Cesare.Il calendario romano più antico non iniziava a gennaio. L’anno, in origine, cominciava a marzo, mese dedicato a Marte, dio della guerra e protettore di Roma. Non è un caso: marzo segnava l’inizio delle campagne militari, il ritorno della stagione favorevole alla guerra, il risveglio della natura. Il tempo romano nasceva con la guerra, non con l’amministrazione. Anche i nomi dei mesi lo rivelano: settembre, ottobre, novembre e dicembre significano letteralmente settimo, ottavo, nono e decimo. Segno evidente che marzo era il primo mese.Ma col passare dei secoli il calendario romano divenne un caos. I pontifices, i sacerdoti incaricati di gestirlo, aggiungevano o toglievano giorni e mesi per motivi politici, per favorire alleati o danneggiare avversari. Il tempo era uno strumento di potere. Un anno poteva essere allungato per prolungare una magistratura o accorciato per anticipare elezioni. Quando Giulio Cesare salì al potere, il calendario era completamente fuori fase rispetto al ciclo solare: le stagioni non corrispondevano più ai mesi.Giulio Cesare, come pontefice massimo, decise di intervenire. Durante il suo soggiorno in Egitto, entrò in contatto con gli astronomi di Alessandria, eredi di una tradizione scientifica antichissima. Fu lì che comprese una cosa fondamentale: il tempo doveva essere allineato al Sole, non agli interessi umani. Nacque così la riforma del calendario che oggi chiamiamo giuliano.Nel 46 a.C. Cesare introdusse un anno di 365 giorni, con un giorno aggiuntivo ogni quattro anni. Per riallineare tutto, quell’anno fu eccezionalmente lungo: durò 445 giorni ed è ricordato come “l’anno della confusione”. Ma la vera svolta non fu solo tecnica. Cesare stabilì che l’anno dovesse iniziare il primo gennaio.Perché gennaio? Gennaio è dedicato a Giano, divinità antichissima, forse più antica degli dèi olimpici. Giano è il dio delle soglie, dei passaggi, degli inizi e delle fine. Ha due volti: uno guarda al passato, l’altro al futuro. Nessuna divinità era più adatta a segnare l’ingresso in un nuovo ciclo temporale. Ma c’è di più. Dal 153 a.C., proprio il primo gennaio entravano in carica i consoli. Spostare l’inizio dell’anno a gennaio significava far coincidere il tempo civile con il tempo del potere. Non più la guerra come origine dell’anno, ma l’amministrazione, lo Stato, la legge.Con Cesare il tempo diventa uno strumento imperiale. Unificare il calendario significava unificare l’Impero. Tutti dovevano vivere lo stesso tempo, ovunque si trovassero. La scelta di gennaio come inizio dell’anno aveva quindi anche un valore simbolico, ma restava soprattutto una decisione organizzativa. Roma aveva bisogno di un punto fermo per governare, legiferare e riscuotere le tasse in modo uniforme in tutto l’impero.
Il controllo del tempo è sempre stato una forma di dominio. Chi stabilisce quando inizia l’anno, stabilisce anche il ritmo della vita, delle feste, del lavoro, della memoria collettiva.Con l’avvento del Cristianesimo il calendario giuliano non venne abolito, ma assorbito. La Chiesa comprese subito che non si governa il mondo cambiando tutto, ma reinterpretando. Il primo gennaio sopravvisse, pur perdendo il suo significato pagano originario. Giano venne dimenticato, ma la soglia rimase. Ancora oggi celebriamo un passaggio, senza sapere più perché.E quando nel XVI secolo il calendario fu nuovamente corretto con la riforma gregoriana, la struttura restò la stessa. Cambiarono i giorni, non il principio. Il primo gennaio continuò a segnare l’inizio dell’anno, perché il tempo, una volta imposto, diventa abitudine. E l’abitudine diventa verità.In fondo, l’inizio dell’anno non è un evento astronomico. Non c’è nessun solstizio, nessun equinozio, nessun allineamento cosmico il primo gennaio. È una data artificiale. E proprio per questo è potente. Perché ci ricorda che il tempo in cui viviamo non è solo naturale, ma costruito. E come ogni costruzione, racconta chi l’ha voluta e perché.
E ogni volta che iniziamo un nuovo anno, stiamo ancora seguendo una decisione presa nella Roma di Giulio Cesare.