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Le Prefiche: Quando il dolore era un mestiere

Immaginate una processione funebre nel sud Italia degli anni '50. Il feretro avanza lentamente tra le viuzze di un paese lucano. Ma ciò che colpisce non è il silenzio reverente che ci aspetteremmo: è un concerto di urla strazianti, pianti disperati, donne vestite di nero che si strappano i capelli, si graffiano il volto fino a farlo sanguinare, si percuotono il petto con violenza. E la cosa più inquietante? Molte di queste donne non hanno mai conosciuto il defunto. Sono professioniste. Sono le prefiche: le mercanti delle lacrime.

Un Mestiere Antico Come la Morte

La parola "prefica" deriva dal latino praefica, da prae (davanti) e facere (fare): letteralmente "colei che opera davanti alla casa" del defunto. Ma le origini di questa figura si perdono nella notte dei tempi, documentate fin dall'Antico Egitto e celebrate (o condannate) nelle civiltà antiche del Mediterraneo.
Omero nell'Iliade descrive lamentatrici che piangono Ettore, mentre Pausania e altri autori classici testimoniano la presenza di donne pagate per manifestare il cordoglio collettivo. Nell'antica Roma, durante il corteo funebre, le prefiche precedevano il feretro: con i capelli sciolti in segno di lutto, cantavano lamenti funebri e innalzavano lodi al morto, accompagnate da strumenti musicali.
L'uso fu talmente diffuso che la legge delle XII tavole tentò di proibirlo nei suoi eccessi. Il cristianesimo, fin dai primi secoli, combatté ferocemente questa usanza pagana – Giovanni Crisostomo le condannò in un'omelia – ma la tradizione era troppo radicata per essere estirpata.
Ma perché pagare qualcuno per piangere al posto tuo? La risposta ci porta nel cuore di una concezione antica e profondamente diversa della morte e del lutto.
Nelle ricche famiglie greche e romane, il senso del decoro imponeva un atteggiamento sobrio: meden agan, "niente in maniera esagerata". Il controllo di sé, anche nelle situazioni più dolorose, era segno di forza interiore. Ogni disgrazia era vista come segno di inclemenza divina, e si credeva che nascondersi o travestirsi potesse ingannare la divinità impietosa, distogliendone lo sguardo.
Quindi non piangere al funerale dei propri cari, ma far concentrare l'attenzione su estranee in lacrime, era un modo per esorcizzare la paura che accadesse qualcosa di ancora più terribile. Un rito apotropaico: allontanare la morte stessa. In fondo, anche noi oggi vestiamo a lutto sperando che la malasorte, non riconoscendoci in quegli abiti scuri, giri lo sguardo altrove.

Le prefiche erano vere artiste della sofferenza. La loro performance seguiva regole precise, tramandate di generazione in generazione. Una di loro, la corifea, dirigeva il gruppo e le istruiva sul modus plangendi: come colpirsi al petto e alle braccia, quando urlare, quando piangere, come modulare la voce.
Il loro canto – chiamato nenia dai romani, attittidu in Sardegna, rèpitu in Salento, naccarata in Lucania – non era un semplice pianto: era una composizione complessa, un'improvvisazione drammatica che tesseva le lodi del defunto, evocava figure mitologiche come Caronte e Thanatos, e si muoveva su ritmi ipnotici.
L'antropologo Ernesto De Martino, che negli anni '50 condusse spedizioni etnografiche in Lucania per documentare questo fenomeno morente, notò come il movimento oscillatorio del busto delle prefiche, sincronizzato con il lamento, avesse una "funzione ipnogena" simile a quella delle ninne nanne – un modo per indurre uno stato di trance che permettesse di affrontare il trauma della perdita.

In alcune regioni del Sud Italia, le prefiche portavano la performance a livelli di violenza quasi insostenibile. Nel napoletano, il rituale prevedeva che le prefiche si malmenassero tra loro, per poi rivolgersi alla vedova urlando "Ah, misera te!" mentre le strappavano ciocche di capelli da gettare sul cadavere.
In Sardegna, le attittadoras entravano nella camera ardente dando "un acutissimo strido" alla vista del defunto, poi iniziavano a cantare lunghe litanie invocando figure della mitologia greca, graffiandosi il volto fino a farlo sanguinare "per placare l'ira del defunto".
A Pizzo Calabro, le ciangiuline si rivolgevano al morto con epiteti grandiosi: "Cumandandi", "Principi", "Culonna", "Cosa 'randi". Una vedova poteva gridare "Cumbagnu mio, tu ti scordasti di tutti!", una figlia "Patrima, comu fu ca mi dassasti a 'na vota?" (Padre mio, come hai fatto ad andartene in un colpo?), una madre "Fìgghjuma, rispundi a mammata 'n'atra vota sula!" (Figlio mio, rispondi a tua madre un'altra volta sola!).
Queste manifestazioni sfociavano spesso in crisi isteriche collettive, dove il confine tra recitazione e autentica disperazione si dissolveva completamente.

La Scienza del Pianto Rituale

Quando De Martino studiò le prefiche lucane, sviluppò un concetto rivoluzionario: la "crisi della presenza". Di fronte alla morte di una persona cara, l'individuo rischia di perdere la propria identità, i propri valori, il senso stesso del mondo. Il lamento funebre ritualizzato funzionava come una "tecnica culturale" per affrontare questo abisso.
Il pianto rituale non cancellava il dolore, ma lo accoglieva trasformandolo in una disciplina condivisa, controllata, che manteneva il pathos "al riparo dall'irruzione della follia". Come scriveva De Martino, permetteva di "far morire il morto in noi" – cioè elaborare il lutto senza essere annientati da esso.
Un antico lamento funebre documentato dall'antropologo si chiudeva così: "Non ho più niente da dirti / non ho più niente da farti / statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti abbiamo fatto…". Una separazione definitiva, un congedo che permetteva ai vivi di continuare a vivere.

Il mestiere della prefica sopravvisse nel Sud Italia fino agli anni '50-'70 del Novecento, quando il progresso medico, l'urbanizzazione e i cambiamenti culturali spazzarono via questi riti ancestrali. Nel 1960, la regista Cecilia Mangini, con un soggetto di Pier Paolo Pasolini, documentò nel film Stendalì - Suonano ancora uno degli ultimi riti di canto funebre nel Salento.
Le ultime prefiche di cui si abbia memoria furono Cesaria e Assunta de Matteis, di Martano, i cui lamenti furono raccolti dall'etnografo Luigi Chiriatti. Segnalazioni della sopravvivenza dell'usanza ancora a fine anni Settanta si riscontravano in situazioni familiari meno abbienti nei paesi del basso Salento, nella zona del Capo di Leuca.
Nel Nord Italia, fino al secondo dopoguerra, venivano impiegati bambini orfani nei funerali dietro compenso per l'istituto di appartenenza: camminavano subito dietro al feretro, possibilmente piangendo. A Putignano, questa usanza cessò soltanto nel 1969 per intervento del Pretore.

Oggi, quando assistiamo a un funerale sobrio e composto, non immaginiamo che per millenni la morte è stata accompagnata da questi teatri del dolore, da queste donne che commercializzavano le lacrime, che trasformavano il lutto privato in spettacolo pubblico.
La canzone infantile "Maramao, perché sei morto?" che tutti abbiamo cantato da bambini? Deriva proprio dalla struttura del canto funebre napoletano delle prefiche.
E forse, in qualche remoto paese del Mediterraneo, c'è ancora qualche vecchia signora vestita di nero che conosce le antiche nenie, che sa come modulare la voce per far vibrare il dolore collettivo, che porta in sé l'eco di un mestiere che ha attraversato tremila anni di storia.
Le prefiche ci ricordano una verità scomoda: il dolore, anche quello più intimo, è sempre stato anche uno spettacolo sociale. La morte non è mai stata un affare privato, ma un evento che scuoteva l'intera comunità e che richiedeva rituali complessi per essere metabolizzato.
In un'epoca in cui nascondiamo la morte negli ospedali e nei crematori, in cui il lutto è diventato un imbarazzo da sbrigare velocemente, forse quelle donne che urlavano e si graffiavano il volto sapevano qualcosa che noi abbiamo dimenticato: che il dolore va abitato, non negato. Che le lacrime vanno versate, non trattenute. Che la morte va affrontata con tutto il corpo, non solo con la mente.
Le prefiche erano mercanti, sì. Ma ciò che vendevano non erano solo lacrime: era il permesso di crollare, la legittimazione del dolore, la certezza che qualcuno avrebbe pianto abbastanza forte da tenere lontana la follia.

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Fonti:
Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria (1958)
Testimonianze storiche: Omero (Iliade e Odissea), Pausania, legge delle XII tavole
Documentario: Cecilia Mangini, Stendalì - Suonano ancora (1960, soggetto di Pier Paolo Pasolini)
Ricerche etnografiche in Lucania, Salento, Calabria e Sardegna




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